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Nove cose che ho imparato sui bambini (e sul come farsene una ragione)

Esiste tutta una serie di leggi non scritte alla quale, tacitamente, quando si diventa mamma si decide (sappiatelo, lo state decidendo) di sottostare.

Queste, chiamiamole situazioni, non si possono prevenire, né aggirare.

L’unica soluzione è quella di  rassegnarsi, più o meno serenamente, al fatto che:

– influenze, virus intestinali, raffreddori e polmoniti arriveranno sempre alla vigilia del weekend. O delle feste comandate;

– tuo figlio deciderà di espletare i suoi bisogni quando siete, ormai, pronti per uscire. E se siete in forte ritardo lui si sentirà ancor più in diritto di compensare la passata stitichezza settimanale;

– il piccolo di casa diventerà insonne e molesto di colpo non appena tu avrai finito di decantare a tua mamma le sette ore di sonno filate che ti ha concesso;

– le prese per la corrente sono un’attrattiva impagabile per i vostri figli. Non appena girerete lo sguardo loro saranno già con un ditino (quasi) dentro;

– in generale tutto quello che è pericoloso e poco a misura di bebè costituirà un richiamo molto forte per ogni piccolo abitante delle vostre case;

– se tuo figlio tra le mura di casa si esprime in tutta la sua buffoneria tra saluti, versi degli animali e bacetti dati anche a Paolo Bonolis in tv, state certe che si guarderà bene dal riproporre tal repertorio quando sarete in compagnia. Se per caso, poi, decidete di introdurre le prodezze decantando la simpatia del piccolo, allora di sicuro lui cadrà in un assoluto mutismo ;

– se vi cade qualcosa dalla borsa, dalla mensola o dal cassetto, più l’oggetto è piccolo e appuntito prima tuo figlio se lo infilerà in bocca;

– se decidete di portarlo in situazioni particolarmente silenziose ed intime, state pur sicuro che a rompere il silenzio ci penserà lui. Con un gran scoreggia;

– se, invece, state cercando di darvi un tono perché sapete di essere osservate da quella stronza, bionda e magra, vecchia conoscenza dell’università vostro figlio non mancherà di tirar fuori un repertorio di pianti, urla, capricci ricchi premi e cotillons che voi non sapete nemmeno da dove l’ha tirato fuori.

Contro tutto queste nulla si può, quindi meglio essere preparate.

E voi, cosa avete imparato dalla stronzagg  volubilità dei vostri figli?

 

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Il momento giusto

Conosco donne intelligenti, ambiziose, ironiche. Professioniste in gamba, maestre di stile, concentrato di cultura. Dinamiche, intraprendenti, coraggiose. Innamorate. Complete. Quasi.

C’è lei, assunta a tempo determinato in una azienda più o meno stabile, convive da cinque anni ed ama i bambini. Lei li adora, gioca con i bambini delle sue amiche che spesso le fanno fare da baby sitter. Ne sogna uno suo da sempre, ma ora no, ora non può ancora. Sta aspettando una stabilità che le permetta di godersi appieno il suo bambino. Che le permetta di non avere preoccupazione. Lei aspetta il momento giusto.

Poi c’è anche lei che convive da quasi dieci anni ed è molto innamorata del suo uomo. Lei lavora a progetto, in una situazione interessante e promettente. Ci lavora da cinque anni e ogni anno spera che sia quello giusto. Quello in cui ci sarà un po’ di tempo per dedicarsi alla sua famiglia, al suo bambino che ancora non può avere. Il momento giusto in cui non potrà più recriminarsi di aver messo l’amore prima del lavoro, di non aver fatto tutto quello che le era possibile fare per la sua carriera.

Lei, invece, sa che nel suo futuro ci sarà un figlio. Non le importa molto della carriera. Sta bene così. E ama follemente suo marito. Però ancora non se la sente di rinunciare a qualcosa, a molto, per un figlio che le toglierà tutta quella libertà. Aspetta che arrivi quel momento in cui si sentirà pronta a mettere qualcun altro al primo posto. Di dire basta a orari tutti suoi e a notti passate “fuori”. Aspetta il momento giusto, quello che non la faccia sentire inadeguata quando abbraccerà il suo bambino per la prima volta.

Poi c’è lei, mamma di un bambino bellissimo. A lei i figli unici non piacciono e ha sempre pensato che non avrebbe avuto solo un figlio, ma ora proprio non è il momento giusto per ricominciare daccapo. Ora che ha ritrovato un po’ di indipendenza, che ha ripreso a lavorare, che ha quasi messo via pannolini e biberon. Che il suo bimbo cresce e diventa autonomo. Ora, bisognerà aspettare che si senta di nuovo pronta.

Non so se si tratti di eccessiva prudenza o mancanza di coraggio, so però che il mio momento giusto non sarebbe arrivato mai. Sono troppo egoista e troppo innamorata della mia vita per decidere consapevolmente di mettermi al servizio di un altra vita. Troppo presa dal lavoro e preoccupata dal futuro per mettermi consapevolmente in condizione di rallentare invece che di accellerare.

Non so nemmeno se il momento giusto sia semplicemente annebbiato da quella legittima volontà di realizzarci al di fuori della maternità o nascosto dietro ai molteplici falsi bisogni che ci tengono in pugno e dai quali non ci liberiamo così facilmente. So che, nel mio caso, solo un attimo di follia poteva decidere per me, ché altrimenti non mi sarei mai concessa il lusso di essere madre.

 

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Back to school

Niente, sono rientrata al lavoro (come? Ah, erano applausi per me quelli? Applaudite più forte allora) cioè, proprio come le persone normali. Quasi come le persone normali. Dopo sei mesi mi sono alzata, vestita, truccata, sono salita in macchina, ascoltato musica ad alto volume ma soprattutto ho compiuto un tragitto che all’arrivo vedeva persone adulte, mediamente più giovani delle mie amiche del supermercato e con le quali intavolare un discorso che prevedesse una risposta compiuta e no un ‘nghe (giuro, non ci credevo nemmeno io ma i nani fanno davvero ‘nghe). Continua a Leggere