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La madre che ero prima di avere un figlio

Qualche giorno fa un papà mi ha rivolto una delle domande più centrate da quando sono mamma. Centrata perché in quella domanda c’era la risposta al mio sentirmi spesso una madre a metà. Scarmigliata. Scomposta. Non arrivata. Inadeguata.

“Ma tu, prima di avere un figlio pensavi di essere una madre così, proprio come sei? E se la risposta è no, ci stai provando a diventare quel tipo di madre che pensavi saresti stata?”

Eccola la domanda. Una domanda che è il centro di tutto. Che passa attraverso tutte quelle volte in cui ho detto che io non sarei mai stata una madre come mia madre. Che avrei avuto un’indiscussa abnegazione per famiglia e figli. Sempre col sorriso. Attivamente coinvolta nella vita di mio figlio.

Che sarei stata una madre presente, sempre presente, perché quello è il compito di ogni madre.

Con convinzione e in modo affatto democratico affermavo a me stessa che, nel caso remoto avessi avuto un figlio, sarei stata prima di tutto una madre, nemmeno lo contemplavo al fatto che avrei anche solo potuto continuare ad avere un mio sentire che non fosse quello di mamma di qualcuno. Ne ero convinta. Semplicemente non avevo mai valutato un modello diverso da questo, da quello esatto e perfetto che c’era nella mia testa.

Diciamoci la verità, ognuno di noi ce l’ha un proprio modello di maternità. Inconscio magari, nascosto nelle viscere, quasi atavico. Io nemmeno ci pensavo che sarei mai potuta diventare madre eppure quel modello ce lo avevo abbarbicato da qualche parte ed era un modello composto da tutti quei pezzettini di umana imperfezione che i miei genitori hanno lasciato in giro.

La madre che siamo prima di avere un figlio è un modello legato a doppio filo a come sono stati, o non stati, i nostri genitori. Alle fragilità che, più dei punti di forza, ci hanno trasmesso.

È da questo che prende forma la nostra idea di madre, quella che coviamo dentro di noi, perlopiù ignare, e che bussa alla porta per presentare il conto al momento debito: quando madri lo siamo davvero, non più in teoria, davvero. Si presenta quell’idea con la quale dobbiamo fare i conti ogni giorno, che ora dobbiamo mitigare, rendere realistica. Provandoci. E il vero punto della questione è questo, il vero punto della questione è la seconda parte della domanda che mi è stata posta.

“E se la risposta è no, ci stai provando a diventare quel tipo di madre che pensavi saresti stata?”

Sì, ci sto provando. A volte. A volte, invece, me ne infischio e penso solo alla sopravvivenza. Mia. E di mio figlio di conseguenza. Perché restare allineata a quel modello che mi ero creata significherebbe, per me, non avere più boccate di ossigeno e in questo caso nuoce di meno alla salute ammettere che stavo sbagliando invece di restare attaccata a convinzioni che non sono sostenibili. Che non lo sono per me ora.

Perché la madre che ero prima di avere un figlio era una madre perfetta, la classica madre che esiste solo in linea puramente teorica.

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