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Trattenere un figlio (per sé): egoismo o amore sconfinato?

Dico spesso, tra il serio e il faceto, che non vedo l’ora che mio figlio cresca per “tornare ad assaporare la mia libertà“.Lo dico perché arrivare a quella fase in cui lui sarà pronto per andare per la sua strada significherà sostanzialmente avere superato la cosa che mi spaventa di più di questa roba che è la maternità: l’adolescenza o quella l’età di mezzo malmostosa e confusa che non so davvero che tracce lascerà su di me e su di mio figlio.

Lo dico perché più mio figlio cresce più io ritrovo pezzi di me che pensavo aver perso per strada, magari tra una poppata e l’altra.

Lo dico perché sostanzialmente so relazionarmi meglio con gli adulti che con i piccoli. E anche se intravedo già la fatica che farò so che quella stessa fatica sarà il costo di una ritrovata libertà.

Lo dico perché sono ancora ben lontana da quel momento. Quello in cui, forse chissà, hai bisogno di sentirti ancora madre per dare un senso alla tua esistenza. Alla tua realizzazione.

Continuo ad essere convinta che la maternità abbia spesso a che fare con l’egoismo. Non sempre, non in tutte le sue fasi per carità, ma spesso un figlio “serve” ad una donna per completarsi e, anche se sono disposta a pensare che l’amore possa davvero illuminare i passi di qualsiasi percorso, penso anche che spesso trattenere un figlio per sé, parlo di figli grandi o grandicelli, con piccole azioni quotidiane di accudimento che si perpetrano, sia qualcosa di parecchio vicino all’egoismo.

Magari mascherato da amore sconfinato.

Non generalizzo, cerco di non farlo mai, osservo quello che capita accanto a me, molto vicino a me, e non mi tolgo dalla testa che in alcuni casi un figlio lo si trattiene non solo per paura di “perderlo”, per il dolore di averlo lontano, ma perché la nostra realizzazione di donne si esaurisce nel ruolo nel quale il diventare madri ci ha relegato. Per qualcosa che ha poco a che fare con il senso del sacrificio o l’amore materno.

Perché lasciare andare un figlio potrebbe tradursi in uno stato di vuoto, in cui si guarda indietro e non si vede altro che lui, tuo figlio appunto, e la tua genitorialità.

Sono ancora troppo lontana per poter dire come vivrò io il distacco. Quello che posso dire è che mi auguro di riuscire, in questo tempo che mi separa da quel momento, a mettere le basi di un individuo che, oltre ad avere la solida volontà di fare le sue scelte per sé e solo per sé, sappia farmi capire, quando vacillerò perché vacillerò, che le nostre vite, quelle di una madre e di un figlio, non corrono su di un’unica strada. Su due strade parallele forse, ma non su di un’unica, stessa, strada. E che è parecchio giusto così.

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2 Commenti

  • Rispondi Martina 22 maggio 2017 alle 8:54

    certo che è giusto così!
    io spero che mio figlio sceglierà di correre su una strada parallela… Se no effettivamente, credo che mi sentirò malissimo! :-O

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