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Gli umori delle mamme

C’è la gioia, l’entusiasmo, la felicità. C’è la risarella, quella senza senso, che ti prende quando ti rotoli sul letto con tuo figlio e lui scoppia a ridere così, all’improvviso, per una faccia buffa o una pernacchia sulla pancia.C’è la stanchezza, lo smarrimento, il senso di soffocamento che ti chiude la gola specialmente all’inizio, quando quell’esserino, uscito da te, dalla tua carne, ancora non riesci a riconoscerlo come tuo figlio. E lo guardi e ti interroghi e ti maledici perché tu, da quell’amore potente non sei stata contaminata. Non ancora almeno. E arranchi. E piangi. E ti interroghi su come farai a sopravvivere a tutta questa vita.

C’è la curiosità, la voglia di sapere tutto quello che succede, al nostro corpo, nelle nostre pance prima, nella sua testa, nei suoi occhi, nella sua di pancia, di nostro figlio, poi.

C’è la voglia di essere perfette, la migliore versione di noi stesse perché ora c’è un bene più grande, che non è più solo il nostro, al quale pensare. Qualcuno da accudire. Da curare. Nel quale riversare tutto quello che di bene e di male abbiamo imparato finora.

Poi c’è di nuovo lo smarrimento, davanti a quell’accezione di “per sempre” che solo un figlio sa raccontarti. Davanti alla consapevolezza che arriva come uno schiaffo che saremo genitori finché avremo respiro. Senza pause, senza tirare boccate d’ossigeno. Nel bene e nel male.

Poi c’è quel senso di onnipotenza che ti prende quando guardi tuo figlio ridere: dentini perfetti, mani ciccione e tenerissime, occhi brillanti. Tanta bellezza che non si era mai vista prima tutta insieme. E tu che ti domandi come possa essere uscita da te.

Ci sono gli scatti di rabbia. Una rabbia che esplode da dentro, dalla pancia, che quasi sempre è un misto di dolore, stanchezza e nervosismo e che arriva quando tuo figlio ha preteso per tutto il giorno quello che un bambino pretende sempre: attenzioni e presenza. Ma tu non ce la fai. E ti arrabbi. E dopo aver mortificato tuo figlio ti senti mortificata a tua volta. E ti senti tremendamente sbagliata.

C’è la consapevolezza che non si può essere madri perfette. Una consapevolezza che arriva dopo aver capito che non si può essere nemmeno donne perfette. Si può scegliere però di stare in equilibrio rinunciando a qualcosa. Per alcune sarà il lavoro, per altre l’intimità. Per altre ancora lo shopping con le amiche.

Ad un certo punto, a furia di sentirsi inadeguate, succede anche questo: che si inizia ad accettarsi, incomplete, a metà, lontane da qualsiasi parvenza di perfezione. E succede anche che si decida di lavorarci su a questo senso di inadeguatezza. E lo fai per noi, sì, ma anche per nostro figlio.

Poi c’è la necessità di passare del tempo con tuo figlio. Di abbracciarlo, di baciarlo. Di rassicurarlo del fatto che per lui tu ci sarai sempre. E c’è anche la necessità, invece, di muovere dei passi lontano da lui, di riscoprirsi ancora donne. Mogli. Amanti.

Infine c’è un umore che è più forte di tutti gli altri. Uno sprazzo, un lampo. Un momento. È la serenità che ti avvolge quando guardi tuo figlio dormire beato.

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6 Commenti

  • Rispondi Martina 16 maggio 2017 alle 9:59

    Post stupendo!

  • Rispondi Ornella Mammamatta 16 maggio 2017 alle 13:08

    Ho amato tutte le parole di questo post. Dalla prima all’ultima.

  • Rispondi robertag 16 maggio 2017 alle 17:06

    Post meraviglioso.
    Hai saputo descrivere tutte le emozioni che mi si muovono dentro nell’arco delle 24 ore.
    La mia piccolina ha due anni, e io arranco, mi interrogo, mi arrabbio, mi sento inadeguata. E poi, nell’ordine, mi sento onnipotente (chiedo sempre a mio marito “Come abbiamo fatto a farla così perfetta?”), mi sento consapevole, mi sento serena.
    Hai ragione: saremo genitori per sempre, fino all’ultimo respiro. E, a fasi alterne, penso che non sia poi così male.
    Grazie

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