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Essere felici si può, ma ci vuole coraggio

Questa serie di (dieci) post è iniziata con una mia riflessione sul perché le vite degli altri ci sembrano sempre più facili delle nostre.

Una riflessione che mi porta a pensare sì che le vite degli altri ci sembrano sempre più facili perché raramente siamo in grado di empatizzare davvero, ma anche per un altro motivo.

Le vite degli altri ci sembrano più felici perché spesso incarnano ai nostri occhi degli stereotipi di felicità.

Che significa? Che rappresentano la nostra idea di felicità, quella con la quale siamo cresciuti senza domandarci davvero se fa per noi. Quando sono diventata mamma ho litigato a lungo con l’idea che io avevo della maternità e dell’essere madre: non riuscivo ad accettare che quell’idea, il pensiero che negli anni avevo covato su come si dovrebbe fare la mamma e cosa assolutamente una donna deve fare per diventare madre, fosse così distante al tipo di madre che ero. Che sono. Pian piano è andata meglio. Pian piano ho capito che non c’è un solo modo di essere madri e nemmeno uno più giusto di un altro e ho accettato, non senza sofferenza, il fatto che io non sarò mai quel tipo di mamma lì.

Lo stesso discorso vale per la felicità.

Cresci sapendo in maniera chiara che cosa ti farà felice e ti impegni per ottenerlo quel qualcosa. A volte va bene. Va bene quando l’idea che avevamo coincide con la realtà e quella realtà voluta, perseguita con impegno, ci rende davvero felici. A volta va un po’ meno bene, a volte capiamo che quell’idea lì, quella con la quale siamo cresciuti non è nella realtà la nostra fonte di benessere. Quando lo si capisce si soffre, senza via di fuga si soffre.

Si soffre perché capiamo che è tutto da rifare, da smontare e rimontare perché per anni abbiamo inseguito qualcosa che non fa per noi.

Per questo sono convinta che essere felici si può a patto però di chiedersi che cosa davvero ci rende felici, di chiederselo con il rischio di ricevere in cambio una risposta che ci piacerà poco e, a quel punto, di trovare il coraggio per raggiungerla quel qualcosa. È questa la decima tra le “Dieci Cose Che Avevo Dimenticato“.

 

 

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